Scucito a causa della sua gaudente prodigalità, è appena stato a Roma, dove ha incontrato l’amico Gerbert d’Aurillac, eletto Papa nel 999 con il nome di Silvestro II. “Pèntiti dei tuoi peccati”, gli ha intimato Gerbert. Ma in che modo? “Scegli: o sette anni di esilio, o costruisci un’abbazia” (così mille anni fa la Chiesa trattava i potenti che sperperavano le loro ricchezze nei bagordi della gola e della lussuria: oggi invece, a quanto pare, si è fatta di manica assai più larga!). L’idea dell’esilio per Ugo è troppo deprimente, perciò, il signore di Cuxa si mette in viaggio verso la sua terra, alla ricerca di un luogo adatto per erigere un’abbazia.
     Giunto quasi al valico per la Francia, Ugo lo Scucito sale al Pirchiriano e vede dunque il tempietto del defunto eremita. S’intenerisce dinnanzi a quelle quattro pietre tirate su alla buona. Poi s’affaccia sullo strapiombo della Val di Susa e ne rimane impressionato. Gli raccontano di Michele, dell’incendio miracoloso, e lui è come folgorato da una visione divina: “Ecco, nell’orribile sublimità di questa rupe edificherò l’abbazia”. Così va dal marchese di Torino, gli offre il suo oro, acquista l’intero Monte Pirchiriano per la gloria di Dio e dell’arcangelo Michele e l’abbazia comincia a sorgere, superba, inglobando l’oratorio dell’eremita Giovanni Vincenzo.
     Il primo abate è Arverto, che Ugo manda a chiamare dall’Alvernia: un benedettino di leggendaria severità. L’uomo giusto per governare i cuori dei monaci in un luogo terribilmente isolato come quello. Il secondo abate è Benedetto I, che vi edifica una chiesa a tre navate. In breve tempo la Sacra acquista splendore e potenza.
     Il coraggio dei suoi abati la svincola dal vassallaggio verso i vescovi di Torino. I pellegrini in cammino sul sentiero dei Franchi (la Via Franchigena) vi ricevono generosa ospitalità, elargendole in cambio ogni sorta di donazioni. La sua ricca biblioteca dà impulso agli studi teologici e ne irradia la fama in Europa, ma il suo ardito complesso architettonico non si compie in un momento solo: per quasi quattro secoli, fino alla fine del Trecento, la Sacra lentamente cresce come un organismo che anela con prudenza alla perfezione suprema. Ma è verso il 1120 che in vetta al Pirchiriano fiorisce uno dei capolavori assoluti dell’arte romanica cristiana. Nicolò, l’architetto e scultore che ha lasciato il suo segno nei maggiori monumenti religiosi di Verona, di Piacenza e di Ferrara, viene chiamato alla Sacra e vi realizza la stupenda Porta dello Zodiaco.
     Vero fulcro dei simbolismi esoterici che la Sacra ci offre come enigmi da decifrare, la Porta è una sintesi della teologia mistica medievale. Nelle sculture dei capitelli, che in doppio ordine corrono intorno agli stipiti, osserviamo storie

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