offerta commerciale, solo con la vendita di libri, insomma, non sarebbero sopravvissute a lungo.
     In pochi lustri, in città hanno chiuso la libreria Rossi, la Seghezzi e la Conti; prima ancora la Lorenzelli e la Tarantola: tutte librerie indipendenti, con gestione familiare dunque, lontane dalle logiche di freddo marketing che guida i book shop dei grandi gruppi editoriali, luoghi dove il libraio consigliava con passione e competenza il lettore, ne conosceva i gusti, vi chiacchierava più o meno amabilmente e lo assisteva negli acquisti. Luoghi dove la letteratura, ovvero la cultura, veniva coltivata e diffusa e non sto dicendo di contro che ciò non possa avvenire anche nelle nuove, grandi e scintillanti librerie griffate, ma certo è che in queste l’assonanza anche visiva con un supermercato è innegabile, con tutto ciò che tale evidenza comporta…
     A questo punto potrebbe esserci qualcuno che, pur sensibile ai fatti fin qui evidenziati e comprendendone la sostanza, potrebbe comunque affermare: va bene, chiude una libreria ed è un peccato, ma in fondo è un esercizio commerciale come un altro! E invece no, non è così. Quando chiude una libreria, non è come se chiudesse una profumeria o un negozio di scarpe, con tutto il rispetto per tali tipologie commerciali e per ogni altra, ovviamente! Una libreria, lo rimarco di nuovo, è un presidio culturale sul territorio, è uno scrigno di cultura a disposizione di chi abita nelle grandi città come nei piccoli paesi (al pari delle biblioteche, dal lato “pubblico”), perché il libro è, senza alcun dubbio, il mezzo di diffusione culturale per eccellenza e niente più di un testo letterario rappresenta la cultura, quella autentica, di valore assoluto. Il rapporto con il librario, il girovagare tra gli scaffali e la ricerca di cosa acquistare, i processi mentali e le sensazioni nell’animo da ciò generate, il piacere dello scovare un testo sconosciuto eppure, nel tenerlo tra le mani e studiarselo, di ritenerlo interessante, non sono semplicemente cose che fanno parte di un iter commerciale di un mero rapporto acquisto/vendita d’un oggetto qualsiasi e di ordinaria utilità, ma innegabilmente sono gesti e azioni proprie del nostro essere individui culturali, fanno parte della comune antropologia, del nostro progresso intellettuale e sociale. E sono, pure, gesti di libertà, della prima e più grande libertà che noi possediamo; la libertà di pensiero, che fin dal principio i libri hanno saputo coltivare, difendere e accrescere forse più di ogni altra cosa.
     Sono certo che persino in chi non ne legga mai il libro susciti un certo fascino, forse perché i libri, al pari di poche altre cose, rappresentano la “prova” e la certezza di essere creature evolute, per così dire. Anche per questo la triste e

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